mercoledì 20 aprile 2016

Awakening - Parte 3

[...]

Quando uscirono, mi appoggiai allo schienale passandomi una mano sull’occhio sinistro.
«Ti fa di nuovo male?»
Mi ero quasi dimenticata di non essere sola.
Annuii.
«Dove?»
Si alzò per avvicinarsi alla scrivania.
«Dall’occhio alla gamba…»
Non c’era motivo di mentire a Krinner.
«Fammi vedere»
Mi sollevò il mento costringendomi a guardarlo. Rimase a fissarmi per alcuni istanti. Poi passò le dita sul bordo della cicatrice fino al mento.
«Vieni da me» Era quasi un sussurro.
Ero troppo stanca per declinare e il dolore poteva peggiorare. Ma soprattutto sapevo che lui l’avrebbe placato.

Viveva in un attico. Ho sempre trovato splendida la vista da casa sua. O meglio, da casa loro. Perché lui ed Ally vivevano assieme. Il loro era più un rapporto da fratelli che qualsiasi altra cosa, non c’era mai stato spazio per i malintesi.
Quando arrivammo, Allyson era seduta sul divano intenta a mangiare una tazza di cereali.
Non appena mi vide entrare dietro Krinner sgranò gli occhi scattando in piedi e non so come si dileguò nel nulla.
Quanto poco avevo compreso di loro in tutti quegli anni. Quanto poco di me stessa avevo accettato…
Ma quella notte mi aprì gli occhi per sempre. Quella notte compresi quanto la mia egoistica solitudine mi avesse accecata.
Ricordo ogni singolo dettaglio… il silenzio della notte, il rumore del vento, il ronzio sommesso della corrente elettrica… e la tensione di Krinner.
Mi fece sedere sul divano e lentamente iniziò a massaggiarmi la cicatrice. Dall’inizio alla fine.
Dalle sue mani si irradiava un dolce tepore in grado di lenire ogni sofferenza. Il dolce tepore che mi aveva strappata alla morte.
«La schiena?»
La sua voce mi richiamò dal torpore che mi aveva avvolta.
«Un lieve bruciore, ma niente di più»
«Quello è diverso… lo sai. Fammi vedere»
Lo lasciai fare.
«Non è l’ustione… credo che il marchio stia reagendo a qualcosa»
C’era preoccupazione nella sua voce.
«Non preoccuparti Krinner, è già accaduto altre volte e non è successo niente»
Lo sentii annuire mentre mi poggiava una coperta sulle spalle.
Poi rimase in silenzio a lungo prima di parlare di nuovo.
«Resta con me questa notte»
Mi voltai a guardarlo.
«Davvero, non devi preoccuparti. Sono in grado di badare a me stessa… e sai bene che casa mia non è distante. Se proprio vuoi ti faccio uno squillo quando arrivo»
Lo guardai leggermente divertita, ma lui non stava ridendo.
Si avvicinò di un passo.
«Non hai capito Dom. Resta con me questa notte»
E mi baciò.
Era vero. Non avevo capito niente. Mai.
Il calore di quella notte, la passione e quel pizzico di disperazione… li porterò per sempre nel mio cuore.
Fu come un sogno.
Come trovarsi di fronte ad un immenso albero di chiavi, coglierle una ad una per poi aprire lentamente una parte di me dopo l’altra… e lasciarci entrare qualcuno per la prima volta.
Ed ogni chiave che colsi la donai a Krinner.
Quello era amore, anche se non lo sapevo. Ma sono certa che lui invece sapesse ogni cosa.
Solo in seguito compresi che c'era una chiave, una soltanto, che Krinner si era preso da solo molto tempo prima, l'aveva trovata ai piedi di quell'albero quando non era altro che un tronco rinsecchito e l'aveva fatto rinascere.
Nemmeno io sapevo esistesse, ma lui sì, lui la conosceva bene, l'aveva tenuta stretta a sé per anni nell'attesa di ridarmela.
E fu quella notte che me la diede... mi ridiede la speranza, la speranza di credere in un futuro.U

Il giorno dopo iniziammo le indagini.
Ci comportavamo come sempre… ma tutto era cambiato. Noi eravamo cambiati, anche se non ce ne rendevamo conto.
Krinner era molto meno duro ed inflessibile, mentre io… ero uscita dall’oscurità che mi ero tessuta addosso come un abito pregiato.
Ed Allyson aveva capito tutto. Di tanto in tanto ci osservava di sottecchi. Aveva lo sguardo costantemente divertito, era come una bambina che aveva ritrovato i genitori. Solo che noi non eravamo i suoi genitori e lei non era una bambina.
Tornando alle indagini, attivammo ogni nostra conoscenza… ed ogni nostra capacità quando anche Sarah scomparve.
Il fatto era che questo fantomatico assassino era bravo, dannatamente bravo. Non che lo ammirassi, ma dovevo ammetterne la maestria per poterlo trovare.
Capimmo che doveva trattarsi di un uomo che rapiva le ragazze e le teneva prigioniere per circa cinque giorni durante i quali infliggeva loro ogni tipo di atrocità… fino alla morte. Poi le dissanguava e le abbandonava in un punto apparentemente casuale della città.
Ma molto continuava a sfuggirci. Ne eravamo certi.
Il vero problema però iniziò ad essere la mia schiena. Più passava il tempo, più bruciava. Sembrava quasi non volesse farmi trovare quel dannato assassino.
E Krinner era sempre più preoccupato.
«Non mi piace Dom. C’è qualcosa che non va…»
«Per gli Dei Krinner, è solo una cicatrice»
«Una brutta cicatrice» Si intromise Allyson,
«Non è una semplice cicatrice, è un dannato marchio!»
Non aveva mai alzato la voce da quando lo conoscevo. Rimasi immobile a fissarlo.
«Mi dispiace… sono solo preoccupato perché sappiamo tutti che non è la cicatrice in sé a farti male, ma il marchio stesso. Gli Ikeras non fanno marchi del genere per puro divertimento o per estetica… c’è dell’altro e sono certo che ha a che fare con la loro magia»
«Cosa?!» Allyson iniziava a preoccuparsi seriamente fissando entrambi. Krinner non aveva mai esternato quei suoi dubbi.
«Krinner…»
Si passò una mano tra i capelli prima di continuare.
«So che lo sai Dom. E anche tu Ally, non mi dirai che non ci hai mai pensato?»
Il nostro silenzio fu una risposta sufficiente.
«Sta reagendo a qualcosa. E non sapere cosa sia questo "qualcosa" mi preoccupa»
Ma nei suoi occhi vidi la paura.
«Non posso chiudermi in casa pregando qualche dio che passi tutto»
Mi strinse a sé talmente forte che temetti di non riuscire a respirare.

La verità era che avevamo tutti paura. E avevamo paura di ammetterlo, quasi che facendolo le nostre paure potessero realizzarsi.
Sapevamo benissimo che quello che mi ricopriva la schiena non era un’ustione, ma il famoso Marchio d’onore Ikeras. Solo che il suo significato non era propriamente quello che il nome poteva far credere.
Era un "riconoscimento" che mi era stato dato per aver fornito un “prezioso servizio all’Impero”. Quel marchio mi rendeva una sorta di Ikeras ad honorem, solo che mi rendeva tale sotto la protezione di uno di loro rendendomi di fatto una sua proprietà. E questi poteva fare di me ciò che voleva, compreso togliermi la vita… come aveva creduto di fare quand’ero fuggita cinque anni fa.
Ed ero certa sapesse benissimo che alla fine ero sopravvissuta.

Cercammo di non pensarci.

E poi finalmente trovammo una pista sul nostro assassino.


[...continua]


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