domenica 17 luglio 2016

Awakening - Parte 11

[...]

Era l’anno 1599 ed ero la migliore cacciatrice di taglie su tutta Uras.
Ero giovane per esserlo, avevo solo trent’anni, che per una mezzosangue è effettivamente poco, ma ero davvero brava. E poi avevo avuto fortuna. Avevo reso diciamo “felici” alcuni clienti chiave (politici o ricchi mercanti) portando a termine i loro incarichi e questo mi aveva reso ricca e famosa.
Ma non erano fama e ricchezza che desideravo. A me piaceva il pericolo, la sfida… la caccia.
La mia era una vita al limite. Non importava di cosa o quale… io ero sempre lì, in bilico, senza cadere mai.
Credo possa diventare una droga.
Avevo lavorato sia per Limeraw che per Laimach. E lavorare per Laimach non è da tutti. Là il mondo è diverso. Gli Ikeras comandano e controllano ogni cosa, soprattutto i loro ricercati.
Nessun esterno può permettersi di versare il loro sangue.
Ma io ero famosa e qualcuno mi aveva affidato qualche incarico… ne aveva parlato ad altri ed ecco fatto: mi rispettavano. Se poi proprio vogliamo possiamo anche aggiungere che sono una dei rari non Ikeras a masticare qualche parola della loro lingua fatta di suoni gutturali e consonanti.
Nulla mi spaventava, neanche I Cancelli. Sono tra i sette viventi ad averli maggiormente esplorati.
Così non trovai strano quando un messo mi consegnò una lettera proveniente da Laimach. Ma trovai strano il sigillo che vi era apposto: un cavallo di fiamme.
A Laimach era un simbolo non solo conosciuto, ma anche temuto. Era il simbolo dei Cavalieri delle Fiamme: il più potente corpo militare dell’Impero, quello che risponde direttamente al Keràs-Sha.
Ero stata convocata a Keràsnor dal Generale Supremo.
Non è importante il racconto del mio viaggio. E’ importante il fatto che feci i bagagli e partii.
Per quanto fosse garbata la lettera e per quanto io potessi scegliere liberamente i miei clienti, una lettera dal Generale dei Cavalieri delle Fiamme non si può ignorare, tantomeno rifiutare il suo invito.
Quando arrivai in città, mi attendevano. Sapevano esattamente quando sarei arrivata.
La loro rete di spie è qualcosa di infallibile… ma dopo tanto tempo passato con loro so per certo che c’è anche altro. Il loro sangue non è mortale e la leggenda secondo cui hanno discendenza demoniaca non è una leggenda. Possiedono un potere a noi sconosciuto.
Per loro la nostra tecnologia è utile sì, ma è banale. Loro usano… qualcos’altro. Anche se dicono che un tempo erano più potenti. Credono fermamente negli Dei, anche se le leggende dicono che siano caduti in un eterno torpore dopo l’Ultima Guerra.
Mi guidarono all’interno del palazzo del cavalierato e mi introdussero dal Generale.
Ricordo perfettamente la sala. Era immensa, dalle pareti di pietra rossastra, illuminata da torce e da un immenso focolare.
Effettivamente il loro dio si chiama Fuoco Divoratore, per quanto inquietante, mi sembra ovvio che riempiano l’Impero di fiamme.
Seduto dietro un’enorme scrivania di legno scuro lavorato c’era il Generale. Quando entrai mi squadrò da capo a piedi, con lentezza… come si fa con il bestiame, o con le prostitute. Poi mi sorrise divertito tendendomi la mano.
Era dannatamente calda al tatto.
Dietro di lui, in piedi a braccia conserte, c’era quello che mi presentò come il suo braccio destro nonché generale anche lui, ma sotto il suo diretto comando: Dhamnos Kyerhosno. All’epoca aveva 99 anni, era molto giovane anche lui.
L’incarico consisteva nel cacciare un Ikeras, un certo Sharkan, fuggito dalle loro prigioni. Il compito sarebbe spettato all’Ordine Nero, che definì il loro corpo militare interno, ma non mi è chiaro perché lo disse… tutti sanno che è l’esercito ombra dell’Impero, gli assassini e le spie. Se nulla ha successo, allora mandano loro.
In ogni caso, l’Ordine Nero aveva altro da fare, voleva vedere direttamente se ero veramente brava come la mia fama decantava e voleva mettere alla prova il suo uomo. O forse semplicemente si annoiava e voleva vedere come andava a finire o avevano perso una scommessa.
Fatto sta che non mi interessavano le sue motivazioni, né le centomila monete d’oro di ricompensa se fossi tornata viva con Dhamnos tutto intero e la testa di Sharkan in un sacco. Mi interessava il pericolo. E non c’è nulla di più rischioso che vagare per Laimach con un Ikeras alle calcagna dando la caccia a un assassino.
Ero elettrizzata. E stolta direi oggi… ma tutti sono bravi a fare i saggi con il senno di poi.
Dhamnos era un esemplare tipico della sua razza. Alto due metri circa, pelle rossastra, capelli del colore del sangue e occhi come due rubini tra le fiamme. Era dannatamente affascinante, un muro di muscoli il cui mestiere era la morte e mi fissava continuamente con un sorriso beffardo che lasciava intravvedere appena i canini leggermente appuntiti.
La loro razza ha una serie di tratti demoniaci che farebbero impallidire l’inferno.
E forse è per questo che non potevo non trovarlo irresistibile.
E poi era divertente. Passavamo le giornate a caccia nelle strade e le notti in taverna a bere e a giocare ai dadi. Beh, almeno… io giocavo ai dadi, lui di solito guardava.
Eravamo affini, ma ero consapevole che, anche se ero sempre fredda e spietata, nel profondo conoscevo una compassione a lui assolutamente aliena. Credo che gli Ikeras non nascano con un’anima… beh magari sì la hanno nei fatti… ma non hanno un cuore, non conoscono la compassione né la bontà, non hanno idea di cosa siano. E se le vedono in qualcun altro le riconoscono come debolezze.
Ma stavamo veramente bene assieme.


[...continua...]


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